Sa spiseddadura, la tradizione continua


spiseddadura

La sera di San Martino, il 10 Novembre, il vino è pronto per essere assaggiato. Davanti alle case dei bevitori si mette una canna inpillonida, una canna con le fronde, per indicare che si può entrare a provare il vino nuovo. Al giorno d’oggi le botti hanno tutte il rubinetto, ma un tempo la tecnica di mescita era un’altra: sa spiseddadura. L’antica tradizione sarebbe andata perduta se un imprenditore agricolo di Tramatza, Davide Orro, non avesse deciso di recuperarla, sei anni fa, per renderla un appuntamento annuale.  Davide è un giovane che nel solco della tradizione  coltiva i suoi vitigni e secondo la tradizione elabora i prodotti della terra. Attraverso la sua fattoria didattica tramanda la cultura rurale, non scritta, alle nuove generazioni, affinché mantengano le capacità manuali e le conoscenze legate alla natura e alla cultura del territorio in cui vivono. Saperi antichi attraverso nuovi linguaggi, si potrebbe dire, visto che veniamo a conoscenza della spiseddadura da internet. A Tramatza ci accoglie l’organizzatore e ci illustra l’evento.

Davide, tu hai trasformato un’antica tradizione in un evento pubblico…

Praticamente si, era una tradizione ormai persa. Un tempo i bar non esistevano e si andava a su magasinu, dove il vino si vendeva o si consumava lì, in un momento di socialità. Per i nostri nonni i luoghi più importanti della socialità erano due: sa forredda, dove si raccontavano i cosiddetti contus de forredda, leggende del focolare, e su magasinu, dove si faceva su cumbidu, si offriva il vino. Ci si ritrovava dopo il lavoro, come si fa oggi in altri modi, per scaricare la tensione, per mantenere i rapporti umani. Allora si bucava la botte con un punteruolo (punzoni) e nel foro si inseriva un pezzo di canna, tagliato preventivamente e lasciato seccare: su piseddu. Da lì sa spiseddadura. La nostra azienda è una fattoria didattica, per questo ho voluto creare un percorso didattico. Come si vede ci sono tre botti: la prima è vernaccia del 2012, di quest’anno. Nella prima tappa si assaggia un vino assolutamente naturale, che non ha subito alcuna chiarificazione, alcuna filtrazione, è proprio una chiusura di fermentazione, un prodotto che va apprezzato così. Da quella si passa alla vernaccia di due anni e poi a quella del 2007, che è la vernaccia di Oristano classica. Si ha la visione della trasformazione del vino fino al prodotto maturo.

 La passione per le tradizioni del nostro territorio ti è stata trasmessa dai genitori?

Io mi sono diplomato come perito agrario e già nell’azienda di famiglia facevamo principalmente foraggere, ma anche un po’ di vino, olive, olio. Si iniziava a vendere qualcosa, ma era un’azienda di produzione primaria, non di trasformazione. Nella piccola cantina di casa si lavorava l’uva per l’approvvigionamento nostro e per gli amici.

Poi hai pensato di iscriverti in agraria per tornare a rilevare l’azienda dei tuoi genitori e trasformarla?

No, una volta diplomato mi sentivo arrivato, volevo già lavorare in campagna. Mio padre mi diceva che dovevo studiare, andare all’università, prendermi una laurea per trovare un posto in un ambito diverso da quello in cui ora lavoro. Io gli ripetevo che volevo lavorare, finché quell’estate non mi mise a lavorare per chiarirmi le idee. L’estate più brutta della mia vita, massacrato. Forse Kunta Kinte usciva a fare le passeggiate, in confronto. A settembre gli dissi che mi sarei iscritto all’università. Adesso faccio corsi di orientamento ai ragazzi e mi capita di raccontare come mio padre l’ha fatto a me, l’orientamento. Dopo la laurea in agraria tornai con l’idea di lavorare in azienda e mio padre mi chiese ancora una volta se fossi sicuro. A quel punto risposi che volevo continuare a lavorare in azienda perché la passione per la campagna me l’avevano trasmessa loro sin da piccolo. Mi hanno visto determinato e mi hanno appoggiato.

Tornando a sa spiseddadura, l’atmosfera è quasi familiare, non è da evento commerciale. Avete intenzione di mantenerla una cosa per pochi?

Lo spirito è quello della condivisione, de su cumbidu. Chi viene ad assaggiare si trova anche ad offrire agli altri e a socializzare. La cantina è aperta, come vedi non ci sono cani da guardia né addetti alla mescita, gli ospiti si comportano con rispetto. Chi viene è benvenuto. Non abbiamo fatto pubblicità, se non attraverso facebook e tramite il nostro sito, ma la gente arriva numerosa anche grazie al passaparola e questa per noi è un’ulteriore gratificazione.

Articolo scritto per il settimanale L’Arborense

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