Anglismi nella lingua italiana, un tema da trattare con obiettività


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E’ vero che le parole straniere nella lingua italiana stanno aumentando. Spesso si tratta di parole di origine inglese (anglismi). A volte esse colmano vuoti semantici poiché appartengono a settori in cui l’Italia è indietro rispetto ad altri paesi, ad esempio internet non è stato inventato in Italia e quindi è stato adottato il termine inglese. Altre volte non ci sarebbe alcun bisogno di importare parole straniere  perché già esiste una parola italiana con lo stesso significato. Capita anche che i termini inglesi siano usati impropriamente in italiano. Nei media se ne fa largo uso ed abuso. Perciò, per fare alcuni esempi, farò riferimento ad anglismi trovati nella stampa.  Nell’Unione Sarda, in cronaca di Oristano, si legge il titolo “Baby gang all’opera su commissione per spaccio e furti”.  Leggendo l’articolo si apprende che vi sarebbe in città una banda di minorenni dedita a furto e spaccio di stupefacenti. Dunque “baby gang” corrisponde a “gruppo di minorenni che pratica attività illecite”, un anglismo che consente al titolista di ridurre notevolmente gli spazi e ottenere anche un effetto più suggestivo, poiché “gang” fa pensare alle bande di strada di Chicago o di Los Angeles che si fanno la guerra a colpi di armi da fuoco per il controllo delle attività illecite nel territorio. Riferito a un gruppo di ragazzini che commettono piccoli furti il termine si carica di un significato connotativo. Vediamo ora la parola “baby”. In inglese baby si riferisce a un neonato, un bambino che non ha ancora imparato a parlare o a un cucciolo di animale. Si usa anche come vezzeggiativo per una ragazza. Ora rivediamo la locuzione “baby gang” per cercare di capire come la interpreterebbe un anglofono: una banda neonata? Una microbanda? Una banda di poppanti? In questo caso, dunque, possiamo parlare di pseudoanglismo o falso anglismo. Nella pagina accanto, sempre in cronaca di Oristano: “Asl, caccia all’evasore del ticket”. L’articolo fa riferimento a un 10% di persone che hanno richiesto l’esenzione dal pagamento dell’aliquota di contribuzione ai costi del Servizio Sanitario Nazionale, erroneamente convinte di averne diritto. Questo contributo alle spese sanitarie ha avuto il nome “ticket” dal 1989, anno in cui fu introdotto per legge. In inglese, però, ticket vuol dire biglietto, sia titolo di viaggio o biglietto per assistere a uno spettacolo o cartellino che indica il prezzo di una merce, persino verbale di contravvenzione. Ultimamente anche in italiano ticket sta diventando sinonimo di biglietto in alcuni ambiti; ad esempio si usa parlando di buoni pasto o di ricevute di pagamento del parchimetro, ma il significato più diffuso è ancora quello di contributo alle spese sanitarie. Dunque, da termine inglese impropriamente usato, ticket potrebbe trasformarsi in sinonimo (di biglietto) arricchendo la lingua italiana. Ecco un altro anglismo, nel sito dell’Agenzia Giornalistica Italia (AGI): “No-profit: Trentino, una onlus ogni 75 abitanti”. Dall’inglese non-profit organization, cioè organizzazione non a scopo di lucro, si è passati a “no profit” nei media italiani e quest’ultima forma sta diventando la più diffusa. Si rischia di creare un nuovo falso anglismo. Il rischio è concreto perché l’italiano medio conosce l’aggettivo inglese no che significa “nessuno” e pensa che la locuzione voglia dire “nessun profitto”. Allo stesso tempo non si aspetta che in inglese esista il prefisso non, derivato dal latino attraverso il francese, ed è indotto a pensare che si tratti di un’italianizzazione. Su internet, nelle pagine in italiano, la forma sbagliata “no profit” è ben più diffusa della corretta “non-profit”. Io stesso, quando dico “non-profit”, mi vergogno, perché vedo negli occhi dei miei interlocutori che mi considerano ignorante. Mi auguro che questo articolo possa suggerire di affrontare l’argomento in maniera oggettiva, evitando da una parte l’inutile difesa ad oltranza della purezza della lingua italiana e dall’altra l’abuso di termini inglesi.

Articolo scritto per il settimanale L’Arborense

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4 thoughts on “Anglismi nella lingua italiana, un tema da trattare con obiettività

  1. Mah, direi che ticket viene usato sia nella sua traduzione letterale di “biglietto” che in quella libera “di tributo al SSN”, ormai talmente diffusa, quest’ultima, da essere diventata identificativa sia nella terminologia tecnico/giuridica che nel parlare comune. Tutti i dizionari della lingua italiana ormai se ne sono appropriati in entrambe le accezioni, sarebbe più irriverente per la pubblica comprensione cercare dei sinonimi meno anglofoni.

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