I Giudici d’Arborea e i rapporti con religione e Chiesa


gp mele

Qual era il sentimento religioso dei Giudici d’Arborea? E’ questo il tema trattato dal prof. Giampaolo Mele, direttore dell’Istituto Storico Arborense (IstAr), e dal prof. Paolo Gaviano, consigliere dello stesso istituto, nel corso di una conferenza organizzata dal Lions Club con la collaborazione dei club Rotary e Soroptimist. Ha introdotto l’argomento Paolo Gaviano facendo risaltare l’importanza della religiosità per la conoscenza della civiltà arborense. Dall’esame dei documenti d’epoca è possibile rilevare alcuni principi ai quali i Giudici costantemente ispirarono il loro comportamento: il riconoscimento dei loro peccati, la convinzione di potersene liberare per redimere le loro anime sia con la donazione di beni materiali ai poveri sia con l’edificazione di chiese e altri luoghi sacri a favore di comunità religiose. Un esempio di tale modo di sentire è rispecchiato da un significativo atto di donazione fatto da Barisone I d’Arborea nel 1182 ai monaci dell’arcimonastero di Monte Cassino. Barisone I aveva un’ampia visione politica, in quanto voleva conquistare il territorio degli altri Giudicati sardi per costituire un unico regno di Sardegna.  Nel 1164 a Pavia aveva ottenuto, con l’appoggio dei genovesi, l’investitura regale dall’imperatore Federico Barbarossa; per ottenere il privilegio aveva, però, dovuto versare 4000 marchi d’argento. Non disponendo dell’enorme somma, aveva dovuto farsela anticipare dai Genovesi, che lo trattennero in ostaggio per ben sette anni. Nonostante queste gravi disavventure, il sovrano non abbandonò mai il sogno politico di unificazione della Sardegna. Consapevole della necessità di disporre di una solida copertura diplomatica, intese provvedersi con l’atto di donazione a favore dei benedettini della chiesa oristanese di San Nicola di Gurgo, con tutte le sue pertinenze e diritti; ma con la condizione che l’arcimonastero inviasse a San Nicola dodici monaci, dei quali almeno quattro fossero talmente “litterati” da poter divenire arcivescovi o vescovi e di essere capaci di trattare gli affari del regno presso le corti pontificie ed imperiali e ovunque fosse necessario. A garanzia dell’esatto adempimento della volontà del giudice viene invocata nientemeno che la maledizione di Dio, della Beata Maria sempre Vergine, delle schiere angeliche, dei santi patriarchi, dei profeti, degli apostoli, degli evangelisti, dei discepoli, degli innocenti, dei martiri, dei confessori, dei vergini e di tutti gli eletti. Si manifesta qui una religiosità che affonda le sue radici nei formulari bizantini e che a noi moderni appare piuttosto arcaica e ingenua, seppur convinta. L’abbazia fu comunque fondata con l’approvazione del pontefice Lucio III e, già nel 1189, in un atto d’alleanza tra l’Arborea e Genova è documentata la presenza di Bartolomeo, abate di San Nicola. La vita dell’abbazia si svolse nell’arco di ben sette secoli e mezzo con alterna fortuna, fin quando le cosiddette leggi eversive non la incamerarono nel patrimonio del demanio che ne decretò la demolizione e la vendita dei materiali per la realizzazione della linea ferroviaria. Fortunatamente è rimasto della chiesa un disegno eseguito nel 1872 dall’umanista lombardo Alfonso Garavaglio, dal quale possiamo riconoscere lo stile romanico della chiesa, munita di transetto e mononavata, costruita dalle maestranze pisane che verso il 1140 avevano edificato la cattedrale di Santa Giusta.

chiesa san nicola di gurgo2

Anche l’ampia e dotta relazione del prof. Mele ha sottolineato come la religiosità dell’uomo del medioevo fosse molto diversa da quella dell’uomo moderno e dunque sia necessario  compiere uno sforzo culturale per comprenderla nel modo migliore. Si può, a tal fine, esaminare la Carta de Logu, promulgata da Eleonora sulla base di un documento normativo elaborato dal padre Mariano IV, per esempio nel capitolo che prevedeva gravi pene corporali per chi bestemmiava contro Dio o contro la Madonna, fino al taglio della lingua per i recidivi. Si possono anche esaminare i manoscritti liturgico musicali custoditi nella cattedrale. Si tratta dei libri più importanti del medioevo sardo, impreziositi da miniature di straordinario pregio artistico. Eleonora d’Arborea ha conosciuto senza ombra di dubbio questi libri. C’è un salterio di 150 salmi che sono l’humus della preghiera della chiesa d’Occidente. Sono capolavori della seconda metà del 1200. Quante volte avrà recitato Eleonora: “ Beatus vir qui non abiit in consilio impiorum, et in via peccatorum non stetit, et in cathedra pestilentiæ non sedit”? Nel medioevo con i salmi si imparava a leggere. Un altro luogo importante in cui si estrinsecava la devozione degli Arborea era certamente la chiesa di Santa Chiara. Il monastero di Santa Chiara era stato fondato da Pietro III, zio di Eleonora. I Giudici vi erano particolarmente affezionati. Sappiamo che lo frequentavano con assiduità poiché avevano ricevuto diverse dispense papali. Per limitare la frequenza delle visite, il ministro dei frati minori francescani Bernardo Bruni inviò una lettera da Barcellona a Oristano per invitare ad un rispetto più rigoroso della clausura. La lettera è rivolta a “Timburgetta”, che altri non è se non Timbora de Roccabertì, madre di Eleonora e moglie del Giudice Mariano IV. Sappiamo da una bolla pontificia che Timbora entrava nel monastero “cum filiabus”, dunque Eleonora fin dall’età di quattro anni lo frequentava insieme alla sorella. La lettera è datata Barcellona, 31 luglio 1353 e fu trascritta fedelmente dalle monache di allora nel libro che conteneva la loro regola, la regola di Santa Chiara. Nello stesso manoscritto ci sono poi trascrizioni di rituali per la consacrazione delle clarisse, tanto che oggi siamo in grado di ricostruire in maniera scientifica la cerimonia di consacrazione di una monaca all’epoca di Eleonora d’Arborea, sappiamo cosa cantavano. Professor Mele si è detto, infine, persuaso del fatto che Eleonora, nonostante le travagliate vicende della sua vita, abbia sempre avuto una costante devozione per la Madonna e per Santa Chiara.  Si può concludere che, per i Giudici arborensi, il sentimento religioso fosse molto vivo, anche se talvolta espresso in forme semplici e tradizionali.

Articolo scritto per il settimanale L’Arborense

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2 thoughts on “I Giudici d’Arborea e i rapporti con religione e Chiesa

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