“Adiosu”, il corto di Martino Pinna: uno sguardo fuori dal tempo. O quasi.


Mesi fa avevo intervistato Martino Pinna, il giovane oristanese titolare del sito www.sardegnaabbandonata.it, il quale stava cercando di realizzare un film attraverso un’operazione di crowd funding. Ebbene, il sistema di raccolta fondi ha dato gli esiti sperati: più di 150 persone hanno creduto nel progetto, il budget è stato raggiunto e il film realizzato. Adiosu è un cortometraggio di 25 minuti girato nei luoghi abbandonati della Sardegna. Ho dato uno sguardo su internet e ho visto che La Nuova Sardegna lo definisce un documentario. In realtà, l’autore stesso scrive nel proprio sito: “Non è un documentario: vuole essere piuttosto uno sguardo fuori dal tempo su una terra che immaginiamo del tutto abbandonata dagli esseri umani. O quasi”. E’ una fiction il cui protagonista è un uomo venuto da chissà dove e da chissà quando, che vaga per luoghi abbandonati registrando il proprio diario su un registratore analogico Grundig. Esplora le rovine del villaggio dove ha trovato dimora, chiedendosi che fine abbiano fatto gli abitanti, e ogni mattina suona la campana di una chiesa sperando che qualcuno gli risponda. Un giorno trova un elenco telefonico, ma non lo riconosce, e lo ribattezza “il catalogo”, pensando che possa trattarsi di un elenco di nomi di cose o di persone seguiti da codici numerici, forse un elenco di tutti gli abitanti. All’esterno campi da tennis sintetici che la gramigna sta ricoprendo, parchi con i giochi arrugginiti,  piscine che si stanno trasformando in paludi, cumuli di pneumatici in cui trovano ricovero lumache e rettili, mentre capre e maiali pasturano ovunque allo stato brado. Come in un’opera di Miyazaki, la natura, infinitamente più potente dell’uomo, purifica il mondo dagli errori di quest’ultimo. Gli oggetti di plastica, molto difficili da assimilare, sono forse il simbolo della presunzione dell’uomo di essere al centro del mondo, e della sua vanità: “Anche oggi ho trovato uno di questi strani manufatti” dice il protagonista, riferendosi a una bambola di plastica “credo che fossero delle riproduzioni degli abitanti”. Poi si sposta in cucina, vede una caffettiera moka, pentole e posate e, con grande naturalezza, li definisce “oggetti come in attesa di riprendere le loro funzioni”. Il personaggio del film capisce che la presenza degli ex abitanti, così come la sua, non poteva che essere temporanea e decide di trasferirsi su un isolotto al centro di un lago, così come aveva più volte visto in sogno. Adiosu!

La parola sarda adiosu non vuol dire addio. Non ha sempre il senso di separazione definitiva, di ultimo saluto, di congedo pieno di rammarico, di rimpianto e di sofferenza che ha la parola italiana. Spesso vuol dire semplicemente: “ci vediamo quando capita, quando Dio vuole”. Così il finale del film di Martino Pinna è aperto a tante interpretazioni, non dice nulla di definitivo, non genera rimpianti, ma suggerisce spunti di riflessione sul ruolo dell’uomo nell’ambiente che lo circonda. E’ un’opera prima semplice ma genuina, con una bella fotografia che spesso usa lo sfocato in maniera sapiente, poche volte in maniera superflua. La musica è minimale. La sceneggiatura, essenziale, non si perde mai in citazioni colte, né è viziata da stereotipi fasulli sulla Sardegna, come spesso succede anche nei film di autori sardi, e il montaggio è preciso. La Sardegna è suggerita dall’accento della voce narrante (che però ha il limite di essere poco educata tecnicamente), ma soprattutto dai paesaggi, dalla fauna e dalla flora nella loro incredibile varietà. Si passa dalle querce ai filari di eucalipti delle bonifiche, dalla macchia mediterranea alla zibba che circonda le zone umide del Sinis da cui affiorano i copertoni. Uno sguardo impietoso su una terra per certi versi abbandonata a se stessa, niente cliché, niente retorica, niente finanziamenti da parte di enti pubblici, solo spunti di riflessione.

Adiosu è un film di Martino Pinna, riprese Alessandro Violi e Martino Pinna, montaggio Davide Lombardi, voce Gabriele Pibiri, musiche di E.Ruggeri.

Articolo scritto per il settimanale L’Arborense

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