Giacinto, Mar’e foghe, Pischeredda & Lamantini


Come ogni anno, è iniziata la rimozione del giacinto d’acqua dal rio Mar’e foghe di Riola. Anche stavolta il corso d’acqua è un’immensa distesa verde a fiori blu.

Nel rio Mar’e foghe confluiscono le acque di vari affluenti che nascono sul versante orientale del massiccio vulcanico del Montiferru, fra i quali il rio Sos Molinos, che passa tra Bonarcado e Santu Lussurgiu, diventando Rio Mannu a San Vero Milis, il rio Iscas e il rio Cispiri, che scorre vicino all’abitato di Bonarcado, si allarga vicino a Bauladu dando il nome al paese, e prosegue verso Riola passando sotto il ponte romano di Tramatza. Perciò il rio Mar’e foghe è ricco d’acqua ed è il principale immissario dello stagno di Cabras. Ma perché ha questo nome strano, che significa: rio “Palude della foce”? E perché sembra un placido canale della pianura Padana, se i fiumi sardi sono tutti a carattere torrentizio? Il rio Mar’e foghe è in realtà un canale a marea progettato nella prima metà degli anni ’60 dal Consorzio di Bonifica del Campidano di Oristano. Fu realizzato nell’ambito di un complesso intervento che prevedeva l’affrancamento dei terreni della palude Mar’e foghe e la regolarizzazione dell’immissione delle acque nello stagno di Cabras attraverso un unico collettore per l’intero bacino imbrifero. Il piccolo stagno Mar’e foghe, satellite di quello di Cabras, fu dunque trasformato in un canale. Poi, intorno ai primi anni ‘90, particolarmente siccitosi, parve necessario limitare la risalita salina lungo il canale Mar’e foghe per la protezione dei terreni prospicienti; a metà degli anni ‘90 venne manifestata un’ulteriore esigenza, questa volta dai pescatori del Consorzio Pontis, di procedere a una delimitazione del compendio idrico al fine di evitare la risalita del pesce lungo il canale: il progetto della “Tura di Pischeredda” fu ideato dallo stesso Consorzio Pontis e realizzato di concerto con l’Amministrazione Provinciale e il Consorzio di Bonifica. Lo sbarramento, gestito dai pescatori dello stagno di Cabras, ha lo stesso livello del mare del golfo di Oristano e si trova nel punto di confluenza del corso d’acqua con lo stagno. E’ invece di 4 anni fa la comparsa nel rio Mar’e foghe del giacinto d’acqua, la pianta tropicale infestante che ogni anno ricopre completamente il canale a monte dello sbarramento e che non si riesce a debellare. La specie aliena galleggiante, che non si sa da chi sia stata introdotta, soffoca il bacino, sottraendo ossigeno all’acqua quando è viva e respira attraverso le radici, ma anche quando è morta, per decomporsi. Gli anni scorsi la carenza di ossigeno ha provocato cicliche morie di pesci, costringendo il novellame superstite a boccheggiare sul pelo dell’acqua, dove diventava facile preda di uccelli acquatici voraci come i cormorani. Qual è la soluzione per liberarsi di questo organismo fra i più invasivi al mondo? La rimozione delle piante con le pale meccaniche è costosa e non risolve il problema in via definitiva, poiché la pianta si riproduce sia attraverso i semi che attraverso gli stoloni, cioè pezzi di pianta che diventano piante a loro volta, e il giacinto si spezza facilmente. Il sindaco di Riola, Ivo Zoncu, come provocazione, ha detto che avrebbe comprato tre coppie di lamantini, i mammiferi acquatici del genere Trichechus, che mangiano in media 50 kg di giacinto al giorno. I bambini sono contenti e non vedono l’ora di andare ad accarezzarli, ma, aldilà delle battute, Zoncu un’idea ce l’ha da anni e ora ha mandato anche una lettera al ministro della salute perché ritiene che fra i giacinti si possa annidare la zanzara tigre: abbattere lo sbarramento di Pischeredda per ripristinare l’idrodinamismo originario, in modo da controllare meglio il giacinto, sensibile alla salinità, e dare la possibilità di muoversi ai pesci che si trovano in situazioni di ipossia. Sarà una soluzione fattibile?

Articolo scritto per il settimanale L’Arborense

Il video è di Claudio Porta

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