Tutela del sardo, una questione aperta


 wagner des

In attesa del Piano Triennale Linguistico 2014-2016 della Regione Sardegna, i media stanno dando ampio spazio all’argomento della lingua sarda. Gli strumenti giuridici per la tutela e la valorizzazione del sardo sono dati da una sorta di combinato disposto tra la legge statale 482/99, che si occupa soprattutto di Pubblica Amministrazione, e la legge regionale 26 che si occupa in massima parte di progetti culturali. Nel 2005, la RAS ravvisò la necessità di procedere all’attuazione di alcuni interventi urgenti per la tutela, la promozione e la valorizzazione della lingua sarda. E’ dunque con la delibera n. 20/15 del 9.5.2005 che nasce la LSC ovvero la Limba Sarda Comuna. Di cosa si tratta? Secondo la delibera, una commissione di carattere tecnico-scientifico avrebbe dovuto condurre, insieme a una società demoscopica, un’indagine conoscitiva a carattere socio-linguistico estesa a tutto il territorio regionale sullo stato della lingua sarda. Sulla base di questa indagine  avrebbe poi individuato l’ipotesi di un codice linguistico che la Regione potesse utilizzare nella traduzione di propri atti. Fermo restando, come previsto dall’art. 8 della Legge 482/99, che solo le deliberazioni e gli atti redatti in lingua italiana producono effetti giuridici e assumono valore legale. Altro compito della Commissione era quello di definire norme ortografiche comuni per tutte le varietà linguistiche in uso nel territorio regionale.

I componenti della commissione erano linguisti e anche esperti di altre discipline: Giulio Angioni, Roberto Bolognesi, Manlio Brigaglia, Michel Contini, Diego Corraine, Giovanni Lupinu, Anna Oppo, Giulio Paulis, Maria Teresa Pinna Catte, Mario Puddu.

Da subito, molti degli esperti della commissione presero le distanze dalla proposta. L’antropologo e scrittore Giulio Angioni scrisse una Lettera aperta al presidente Soru dal titolo Sa limba comuna e unica è assurda violenza contro i sardi,  in cui diceva che la LSC “si è trovata già fatta per opera di non si sa chi, ufficialmente, visto che non è stato un suggerimento o un’operazione della commissione ad hoc di cui ho fatto parte anch’io”.

Già nel 2001 c’era stato un primo esperimento di standardizzazione, con la LSU (Limba Sarda Unificada), ma non certo di una lingua comune. Infatti, come scrisse il linguista Massimo Pittau, membro della commissione: “Del resto noi membri della Commissione regionale dobbiamo essere del tutto onesti di fronte ai nostri corregionali, anche perché, se non lo fossimo, il nostro inganno verrebbe fuori con tutta facilità: in effetti noi non abbiamo unificato un bel nulla; noi abbiamo scelto, come lingua di riferimento da proporre, una delle varietà della Lingua Sarda, la varietà del logudorese comune o chiamiamola pure la varietà del Sardo Illustre…  Stante questa situazione sociolinguistica odierna, la varietà linguistica di  riferimento, cioè la Limba Sarda Unificada, che la Commissione ha  prospettato e che a me piace chiamare, come si diceva nel passato, Sardo Illustre, deve intendersi valida, secondo i precisi termini della convenzione firmata con l’Assessore alla P.I., «ad esclusivo uso dell’Assessorato» o al massimo – così a me sembra – per la redazione degli atti ufficiali della Regione Autonoma Sarda”. Disse anche “Mi sembra invece che sia da escludersi del tutto che la LSU diventi anche la lingua della ordinaria amministrazione della Regione, e in maniera particolare del suo apparato burocratico-amministrativo”. La Limba Sarda Unificada non fu mai adottata ufficialmente dall’esecutivo regionale.

Ma torniamo alla Limba Sarda Comuna. Il linguista catalano Eduardo Blasco Ferrer, ordinario di linguistica sarda all’Università di Cagliari, già membro della commissione della LSU, parlando dell’insegnamento del sardo si esprime così: “È chiaro che una lingua naturale (non l’esperanto, né la LSC o Limba sarda comuna, sic!) è il portato storico di una comunità di parlanti… Una lingua naturale, parlata in famiglia e nella comunità di base (dai nonni, nelle feste), può essere trasferita in classe con un metodo moderno e aggiornato. Ma ciò significa che si deve trattare della lingua che si sente nella comunità di base. Soltanto così l’effetto sarà sicuro e la lingua etnica potrà essere salvata. Dobbiamo accettare le conseguenze del portato storico che ha generato in Sardegna due macrovarietà, non riducibili a una sola norma, e tanto meno a una norma fatta a tavolino”.

Nel 2008 Emilia Calaresu, professore associato di Linguistica e Glottologia all’Università di Modena e Reggio, in un interessantissimo articolo su politica e pianificazione  linguistica della Regione Sarda  pubblicato su Ianua Revista Philologica Romanica scriveva “E’ comunque difficile riconoscersi simbolicamente rappresentati dalla Limba Sarda Comuna così come di fatto si presenta in questi primi documenti. Globalmente, queste operazioni, così fatte, appaiono piuttosto come un piccolo omaggio simbolico ma superficiale alla sardità”.

Contrario alla LSC, così come è attualmente, anche il fonologo Roberto Bolognesi, ex membro della commissione, il quale scrive sul suo blog “Si duus e duus faint cuatru, s’unica arrexoni ca ancora non teneus unu standard de su sardu est sceti ca sa majoría de is Sardus non at acetau is duas propostas ki fintzas a immoi at fatu sa Regioni e ni-mancu sa mia (mancari po cussa contit de prus su fatu chi non dd’ant bofia fai connosci)”

Un altro membro della commissione, Giovanni Lupinu, docente di glottologia all’Università di Sassari, parla di  “segnali chiari, che mostrano la difficoltà di realizzare interventi seri di politica linguistica, che agiscano realmente in profondità e vadano a incrementare la vitalità degli usi parlati, anziché concentrarsi sulla creazione di uno standard in velleitaria competizione con la lingua italiana”.

Nello scorso piano triennale per la Lingua Sarda 2011-2013, secondo l’Academia de su Sardu, onlus che si occupa della valorizzazione del sardo, “sono ignorate le osservazioni e le richieste di modifica della LSC presentate dai linguisti Massimo Pittau, Eduardo Blasco Ferrer, Marinella Lörinczi, Giovanni Lupinu e Giulio Paulis e degli studiosi Giulio Angioni e Mario Puddu, così come quelle di scrittori, operatori degli sportelli linguistici, associazioni culturali e comuni cittadini. Una richiesta di modifica massiccia e vibrante, ancora in atto, della quale però non vi è nessun accoglimento pratico nel piano triennale, dove si presenta la Limba Sarda Comuna come un’acquisizione pacifica e condivisa da tutti”.

Recentemente la studiosa tedesca Alexandra Porcu, presidente del circolo dei sardi di Berlino, ha fondato insieme a Pedru Perra e Oreste Pili il comitato Bilinguismu Democràticu, per cercare un confronto aperto e democratico con le istituzioni. Staremo a vedere. Nel frattempo ci si potrebbe fare qualche domanda.

Basterebbe codificare e diffondere poche regole di fonologia, morfologia e sintassi per dare uno strumento univoco ai parlanti e non parlanti, con il quale potrebbero iniziare a leggere e scrivere dal Sulcis alla Barbagia, dal Sarrabus al Meilogu. E in tutto il mondo si potrebbe imparare il sardo. Sarebbe stata una delle prime cose da fare. Perché, invece, le regole proposte finora dalla Regione sono funzionali alla LSC? Cosa sarebbe della LSC se si affermassero  norme di riferimento più funzionali al sardo? In attesa che la Regione si doti degli strumenti necessari per affrontare il problema, sembra prematuro proseguire nella direzione già presa.

Articolo scritto per il settimanale L’Arborense

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