La Limba Sarda Comuna è utile per la tutela del sardo?


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Qualche settimana fa ci siamo occupati della politica linguistica della Regione Sarda a partire dalla legge regionale 26/97 e statale 482/99 che hanno portato a un primo esperimento di standardizzazione del sardo nel 2001, con la LSU (Limba Sarda Unificada) e nel 2006 con la LSC (Limba Sarda Comuna). Abbiamo visto che la prima non era affatto una lingua unificada ma, secondo il linguista Massimo Pittau che era fra gli esperti della commissione, corrispondeva a una varietà della lingua sarda, il logudorese comune. Secondo Pittau era da escludersi che la LSU diventasse anche la lingua della ordinaria amministrazione della Regione e in maniera particolare del suo apparato burocratico-amministrativo. La Limba Sarda Unificada non fu mai adottata ufficialmente dall’esecutivo regionale.

Nel 2006 venne la LSC: qualche cambiamento negli esperti della commissione e il tentativo dichiarato di sperimentare una varietà linguistica di mediazione, un modello linguistico che si collocasse in una posizione intermedia tra le varietà. Dal documento della Regione: “Tra un esito limba e un altro lingua, non si è trattato di inventare un ipotetico ibrido (come sarebbe *lingba), ma di scegliere un risultato linguisticamente più identitario: limba” (sic!). E poi la promozione della  nuova norma, con ingenti risorse economiche per gli spot sulle tv regionali, sportelli linguistici (isportellos linguìsticos), correttore ortografico, siti internet, dvd. Ma la LSC è davvero una varietà linguistica di mediazione?

Se andiamo a vedere nel sito della Regione notiamo che la LSC somiglia ancora moltissimo al logudorese comune nella morfologia. Le coniugazioni sono -are, -ere, -ire, le desinenze e gli affissi sono preferibilmente logudoresi: beridade, ogros, iscola. E’ concesso l’utilizzo dell’articolo determinativo plurale is accanto a sos e sas, anche se non concorda con la desinenza, per cui ad es. si scriverà is dentes ma si potrà leggere come se fosse scritto is dentis. Coesistono anche i pronomi lis e ddis, los e ddus, las e ddas. Per quanto riguarda l’ortografia, il documento ci dice che è stato fatto uno “sforzo di mediazione linguistica superiore a difese o interessi localistici” per cui la norma prevede vocaboli come abba o paghe (più identitari?) mentre gli altri esiti, come paxi, sono considerati varianti locali. Perciò in LSC, ad esempio, non esiste il grafema <x>, antico e riconosciuto comunemente dai sardi come corrispondente al suono della fricativa postalveolare sonora, presente in numerosi cognomi come Puxeddu, Maxia, Cixi e toponimi come Trexenta, Simaxis, Nuraxinieddu, e che si potrebbe definire, con un aggettivo che peraltro ora va di moda, un grafema identitario.  Nella LSC sono numerosissimi i calchi dall’italiano.

Bastano questi esempi per capire che la LSC non è tanto una varietà di mediazione.

 E allora, adesso che ci si trova in una fase di transizione, poiché è cambiato il governo regionale ed è vacante il posto di direttore del Servizio Lingua Sarda, si potrebbero fare alcune riflessioni prima di decidere della futura politica linguistica.

La lingua sarda sta passando da una situazione di diglossia ad una situazione in cui rischia l’estinzione. In altre parole, se prima il sardo era usato nel comune parlare quotidiano, pur non essendo ufficializzato ed usato in contesti formali come l’italiano, ora rischia di diventare una lingua morta nel giro di una generazione.

In una situazione di questo genere, ancor prima di pensare ad avere uno standard per la pubblica amministrazione bisognerebbe prendere le necessarie misure per tenere viva la lingua fornendo ai parlanti regole chiare e certe per leggerla e scriverla. Prima di imporre ope legis una norma è bene ascoltare i parlanti e i linguisti.  Una delle critiche fatte alla LSC è quella di non essere condivisa da tutti i sardi, specie da quelli meridionali. A questa critica i fautori della norma hanno spesso risposto che il sardo è uno e come tale va standardizzato, altrimenti si ha solo una frammentazione dialettale che non ha dignità di lingua, pertanto non sarebbe possibile avere due standard, uno campidanese e l’altro logudorese. Però è pur vero che per cercare di fare un unico standard non si può negare, come fanno alcuni, l’esistenza di almeno due macrovarietà per poi selezionarne una sola facendo finta che sia onnicomprensiva. Anche per questo ci chiediamo: non sarebbe meglio ricercare e mettere a disposizione dei sardi tutti le regole per poter usare il linguaggio naturale affinché, mentre si cerca lo standard burocratico o la “lingua bandiera” della Sardegna, non vada disperso il tesoro lessicale, morfologico, fonologico e sintattico del sardo e la nostra lingua comune muoia?

Articolo scritto per il settimanale L’Arborense

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6 thoughts on “La Limba Sarda Comuna è utile per la tutela del sardo?

  1. Si tottusi scinti ca sa x (icchisi) de paxi, Nuraxinieddu eccetera si narada “fricativa postalveolare sonora” ti pongiu sa chistioi: commenti si zerriada e commenti s’iscriidi (si s’iscriidi) sa enni nasalli de “chistioi”,de calloi eccetera?

  2. 🙂 No ant a isci chi si tzerriat diaici ma giai ddu scint su sonu chi depint fai cun sa buca candu dda ligint 🙂 A nai sa beridadi sa n de chistioni sparessit e si “nasalizzat” sa vocali de acanta… Mi parit chi in su standard de “Is Arrègulas”, su de sa provintzia de Casteddu, su grafema n dd’ant lassau, ca sa genti ddu scit comenti si ligit e fortzis est sa mellus cosa de fai… anche dal punto di vista etimologico

  3. Un articolo abbastanza malscritto, a livello di contenuti, intendo. L’autore mette in risalto quasi esclusivamente quegli aspetti che sì, in effetti, posso considerarsi “logudoresi”, come ad esempio le desinenze verbali -are -ere -ire, l’aver preferito abba e limba ad àcua e lìngua, la mancanza del grafema X. Ma nella LSC sono in realtà presenti tantissimi elementi meridionali che nulla (ma proprio nulla) hanno a che fare con le parlate settentrionali che nell’immaginario fantastico di alcuni fanatici del doppio standard rappresentano il logudorese: pratu/frore e non piatu/fiore, lègiu e non lezu, cantant e non cantan, ogru e non oju… La mia impressione è che l’autore, al pari di tanti che sono ideologicamente contro la LSC e che, soprattutto, non hanno ben chiaro il perché di determinate scelte che costituiscono i criteri di scrittura dello standard, sia affetto da quel virus che tende a vedere solo le poche cose che differiscono ed (inconsciamente?) ignorano le tantissime cose che ci accomunano. Suggerisco un’utile lettura, a tale proposito:
    http://www.tempusnostru.it/parrere-1.page?docId=2595
    che mette in chiaro molte di quelle scelte.

    • Il solito giochetto degli LSCisti: prendono un vocabolo in una delle varianti del logudorese, ad.es “rejone”, dicendo che quella è la forma logudorese; poi ne prendono un altro, “resone”, sempre dal logudorese, e lo spacciano come campidanese. A volte gli va bene, se il vocabolo corrisponde, come nel caso di “cresia”, ma la maggior parte delle volte non corrisponde nella desinenza o nei prefissi o nella parte mediana o addirittura in tutti e tre questi aspetti morfologici, come nel caso della parola “ragione” che in realtà in campidanese è “arrexoni”.

  4. Pingback: Lingua sarda: si va verso la doppia norma? | giulio gaviano

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